FINALE DOPPIATO E ACQUA DI NEVE

In un pomeriggio d’inverno il dubbio mi assale, vado a pesca oppure no? Nei giorni precedenti freddo e neve mi hanno convinto a restare in casa al caldo ma oggi è uscito un timido sole e l’idea di trascorrere un paio d’ore sul fiume mi gira in testa già dalla mattina, chissà se i cavedani e i barbi del mio amato fiume nonostante l’acqua di neve hanno voglia di abboccare oppure no?

Sto per partire quando ricordo che non ho le esche ed oggi è giovedì ed i negozi sono chiusi, che disdetta mi tocca demordere, eppure l’idea di passeggiare sulle sponde del fiume tentando qualche bella cattura non mi da pace, per cui scendo in garage dove tengo riposta l’attrezzatura da pesca e incomincio a rovistare alla ricerca di qualcosa da appendere all’amo, trovo una scatola di vermi acquistata dieci giorni prima, do una controllata per vedere se il contenuto è ancora idoneo e con piacere trovo i vermi ancora belli scodinzolanti, il tempo di caricare la macchina e parto alla volta del fiume.

Le speranze di catturare qualcosa sono al lumicino ma il fatto stesso di viaggiare in direzione fiume mi fa ritornare bambino, quando partivo in bicicletta con un lancino di vetro resina comperato ai grandi magazzini e un barattolo di vermi e mi recavo al laghetto vicino a casa a pescare carassi e persici sole, ora non sono più un bambino ma l’emozione è tale e quale ad allora, l’impazienza di arrivare al fiume per avere a disposizione un po’ più di tempo da dedicare alla pesca, e la curiosità di scoprire cosa mi riserverà la giornata, ora che ho 43 anni è la stessa di quando ne avevo 10.

Arrivato al fiume mi ritrovo le condizioni che avevo immaginato prima di partire da casa, l’acqua  è un mix di colori, grigio verde azzurrognolo che preannunciano una cosa sola, una bella uscita a vuoto.

La famigerata acqua di neve, solo chi frequenta il fiume in inverno sa cosa vuol dire, nel 90% dei casi un bel “cappotto”.

Mi avventuro lungo il fiume alla ricerca di una buona posizione per immergere la mia lenza quando scorgo all’orizzonte due pescatori, incredibile, con queste condizioni credevo proprio di non trovare nessuno.  Mi avvicino e li riconosco, si tratta di due amici, due veterani della pesca alla passata, Cortesi Eliano e Franchini Giovanni, dopo un caloroso saluto chiedo loro se abbocca qualche pesce e Giovanni mi risponde sorridendo che ha preso un bel barbo mentre Eliano ha visto una “mangiata” ma l’ha sbagliata, queste notizie mi danno fiducia. Oltre ad invitarmi a pescare con loro mi offrono anche una manciata di bigattini da usare come esca, ed io accetto volentieri. Il posto di pesca è largo circa venti metri e lungo quaranta, una classica buca con corrente forte in entrata che si smorza sbattendo su di una roccia levigata e circa a due terzi del suo percorso rallenta diventando costante, qui c’è il punto più profondo, circa quattro metri ed è proprio in questo punto che i due amici pescano, uno di fronte all’altro, Eliano e Giovanni ora sono in pensione ed hanno tanto tempo a disposizione e lo trascorrono pescando, il posto in questione lo conoscono molto bene.

Non resta che posizionarmi e dato che a monte dei due la forte corrente non permette una buona passata decido di fare un largo giro e mettermi a valle rispetto la loro posizione, purtroppo però in quel punto l’acqua è bassa e l’unico modo per pescare è andare a mollo fino al ginocchio raggiungere il centro del fiume e lanciare la lenza verso monte nel punto più profondo, così facendo non devo nemmeno pasturare perché i bigattini lanciati da Eliano confluiscono più o meno in quella zona.

Mentre preparo la lenza, formata da un galleggiante dalla forma sferica della portata di 0,70 gr. chiedo a Giovanni il diametro del finale da lui utilizzato, mi risponde che pesca con il finale dello 0,12 ma a me sembra esagerato per cui lego uno 0,07 ad un amo del 23 ed innesco due bigattini.

Stendo la lenza e subito incontro una difficoltà imprevista nel farla procedere nel modo corretto, lanciando a monte il galleggiante scende verso di me, ma il fondo che  degrada in maniera progressiva fa si che dopo tre metri di passata utile la piombatura della mia lenza trovi l’appoggio al fondo con conseguente aggancio allo stesso, non mi resta altro da fare che sfruttare quei tre metri di passata, fortunatamente la corrente, che in quel punto non è fortissima mi permette di controllare il galleggiante in questo modo: stendo la lenza lanciando da sotto, il classico pendolo, una volta che entra in pesca recupero il filo e lo mando in tensione con la canna inclinata in avanti a circa 45 gradi poi alzo la canna progressivamente di man mano che la lenza scende verso di me sostenendo il galleggiante che altrimenti affonderebbe al minimo contatto dei piombi col fondo, la passata finisce quando mi ritrovo con la canna a 90 gradi, a quel punto se anche scorgessi l’abboccata del pesce non avrei margine per ferrare, in questo modo la passata è corta però almeno riesco a pescare contro corrente in maniera discreta.

Forse in quel punto si appoggiavano trascinati dalla corrente i bigattini che Eliano pasturando con continuità gettava in acqua oppure il finale sottile che avevo montato ingannava meglio il pesce fatto sta che al terzo lancio il galleggiante affonda in modo lento ma inequivocabile, prontamente ferro e la canna si flette, cinque minuti di lotta poi il pesce mi spezza il finale, non vi dico i commenti degli amici che in un’ora avevano visto due mangiate ed io appena arrivato al terzo lancio avevo agganciato subito un bel pesce. Faccio presente ai due che stavo pescando con un finale dello 0,07 e forse era quello il motivo, ma Giovanni mi risponde che in quel punto quando mangiano sono grossi e con il finale sottile non si riesce a portarli a guadino.

A questo punto, devo rilegare un altro finale, ma non so se mi convenga tanto rischiare ancora con uno sottile o legare magari uno 0,10 e rischiare di non vedere un abboccata, tanto più che l’acqua col passare del tempo va schiarendosi.

Mi viene in mente quello che mi disse un amico pescatore qualche tempo prima, il finale doppiato, devo dire che questa è una soluzione che non ho mai provato e che quando mi è stata svelata mi ha lasciato un po’ perplesso, mi sembrava una tecnica un po’ rustica ma l’amico che me la esponeva sosteneva che in acqua i due fili che compongono il finale si dividono ed il pesce li vede come uno solo, la legatura all’amo va eseguita alla piega del finale doppiato, all’estremità opposta rimangono due capi i quali vanno annodati formando un’asola che va poi congiunta alla lenza madre, l’unica cosa da tener conto e l’identica lunghezza dei due fili prima di annodare l’asola, in questo modo, mi spiegava l’amico, se il finale è composto da uno 0,07 doppio non tiene come se fosse uno 0,14 ma come uno 0,10 ed il pesce lo vede come uno 0,07 premetto che ancora adesso riservo qualche perplessità sull’efficacia di questa soluzione ma siccome provare non costa nulla monto uno 0,07 doppio lungo una trentina di cm e calo la mia lenza, dopo qualche passata il galleggiante affonda di nuovo e la mia sei metri si inarca.

All’inizio il pescione non si muove, tanto che mi sembra di essere impigliato al fondo, ma ormai l’esperienza insegna che i grossi barbi si comportano proprio in questo modo, rimangono un attimo immobili poi realizzato che qualcosa non va, partono e danno sfoggio a tutta la loro potenza, fortunatamente la frizione perfettamente tarata ed il finale doppiato mi permettono la splendida cattura, dopo quindici minuti di lotta serrata, la cattura di un barbo di oltre due kg di peso, una cattura che mi ripaga del freddo che mi morde alle gambe, una cattura che mi ricorda quanto sia bella la nostra passione per la pesca.

Galeotti Davide

galeotti.d@matchfishing.it

 

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