TROTA TORRENTE: AMBIENTI E TROTE D’ALTA QUOTA

D’alta quota sono i torrenti dimontagna, e quando se ne parla è soprattutto all’ambiente un po’ particolare che si fa riferimento per cercare di focalizzarne, oltre alle bellezze naturali, anche le difficoltà che lo caratterizzano.

Testo e foto di Antonio Farro

Se, comunque, oltre che all’amenità dei luoghi, l’allusione è pure alla mancanza di strade che consentono d’arrivarci agevolmente ed agli ostacoli di vario genere
che s’incontrano nell’affrontarli, tali si possono considerare pure quei ruscelli che scorrono ad altitudini inferiori ma che per i richiamati aspetti possono essere addirittura più incantevoli ed impegnativi.

Irruenti e inavvicinabili fino a primavera, con l’approssimarsi dell’estate tanto gli uni quanto gli altri perdono progressivamente consistenza fino a ridursi al lumicino in autunno inoltrato se lepiogge tardano ad arrivare.

Non sempre, però, le precipitazioni sono strettamente legate al volgere delle stagioni e può anche capitare che la portata estiva di un ruscello, proprio per effetto di continui temporali,sia addirittura superiore a quella primaverile.

In entrambi casi le escursioni di livello cui essi vanno soggetti possono comprometterne la potenziale validità e rendere, così, la pesca più difficile delsolito indipendentemente dalla tecnica con cui si decide d’affrontarli.

Caratteristica che li accomuna un poco tutti è la bellezza degli ambienti in cui si trovano: luoghi generalmente pittoreschi, ameni e, nello stesso tempo, ostici per chi non sia adeguatamente preparato ad affrontarli.

Per arrivare fino all’acqua, la mancanza di strade può costringere, talvolta, ad ore intere di cammino a piedi, e la sfacchinata diventa ancora più pesante se, al termine della pescata, non trovando altrisbocchi, si sia costretti a tornare indietro per glistessi passi già fatti in risalita.

Non necessariamente autoctone

Si tratta di acque piuttosto povere di cibo e popolate, quindi, da trote disposte ad aggredire qualsiasi cosa capiti loro a tiro; a condizione, però, che non fiutino la presenza del pescatore e che, una volta rintanate, è difficile rivedere in caccia se non l’indomani o più tardi addirittura.

Trote assai belle sotto il profilo morfologico, con corpo slanciato, testa molto grande ed una livrea smagliante che, nonostante la penuria di cibo, possono raggiungere, talvolta, anche dimensioni ragguardevoli.

Non necessariamente autoctone, ma sufficientemente inselvatichite e qualche volta esclusivamente di specie iridea.

Per quanto strano possa sembrare, la presenza dell’iridea anche nei posti più impensati, in quanto ritenuti habitat esclusivo della fario, è strettamente collegata alla loro scarsa accessibilità, con conseguenti difficoltà di controllo del territorio e via libera per la pesca di frodo con i sistemi più spietati che, avendo fatto scomparire, nel passato, ogni forma di vita dall’acqua, hanno indotto le competenti Amministrazioni Provinciali a ripopolare con tale materiale.

Anche se erano e sono pure altre le strategie attivabili per mantenere in vita un corso d’acqua, bisogna convenire che la scelta non può essere etichettata come peregrina; nel mentre ha evitato, da una parte, il rischio d’inquinamento genetico per i residui popolamenti indigeni, ha fatto scoprire dall’altra la capacità di queste trote di riprodursi naturalmente in molti degli ambienti in cui sono state immesse.

Buche profonde ed acqua limpida

Come si può vedere dalle immagini proposte, i torrenti d’alta quota sono quasisempre ameni e pittoreschi, ma comunque accidentati, insidiosi e spesso fuori da ogni
copertura telefonica.

Poco adatti a chi non è abituato a camminare nelle macchie per sentieri inesistenti e ad arrampicarsi fra le pietre, essi sono, per contro, l’ambiente e l’occasione ideali per chi ha voglia di togliersi un po’ di ruggine di dosso e di trascorrere qualche ora a diretto contatto con la natura più selvaggia.

Decisamente sconsigliabili per chi va alla ricerca del cestino facile, ma sicuramente stimolanti per chi s’accontenta di pochi esemplari, magari anche di pezzatura non esagerata ma comunque belli, ed eventualmente da rimettere immediatamente in acqua dopo la fotografia di rito.

La scarsa consistenza delle acque di montagna non esclude la presenza di buche enormi e profonde che possono imporre anche lunghe deviazioni per essere aggirate.

A causa dell’estrema limpidezza dell’acqua ed essendo costretti a pescarci da lontano per non farsiscorgere dalle trote in caccia, di tali buche, da dove possono
uscire le sorprese più gradite, quasi mai si riesce a valutare la profondità, della quale ci si rende conto solo quando ci s’avvicina e la trota, ormai, si è bell’e rintanata.

Soprattutto se si pesca al tocco ed a spinning, prima d’incominciare ad animarla ed anche a rischio d’incagliare, conviene attendere qualche secondo in più per dare all’esca la possibilità d’arrivare sul fondo dove stazionano di solito le bestie più grosse.

Indubbiamente, quando ha voglia di mangiare, la trota parte pure dal fondo e da lontano, ma può anche capitare che questa sia svogliata e che attacchi l’esca solo se le passa a pochi centimetri dal muso.

Meglio in compagnia che soli

Dopo questi brevi accenni, ci si può anche avviare a trarre qualche conclusione.

Chi, soprattutto in età giovanile, non ha mai commesso l’imprudenza d’andarsene da solo in posti impervi e un po’ pericolosi? Probabilmente nessuno di chi legge.

Vero è, però, che in montagna più che altrove può succedere di tutto: è capitato anche e per ben due volte di precipitare in acqua, perfortuna da un’altezza ravvicinata e senza riportare grossi danni, perché la grossa lastra di roccia su cui si era saliti si è spezzata in due.

Quando, dunque, si va in certi posti e soprattutto se non se ne ha perfetta conoscenza, è preferibile non avventurarvisi da soli; in due è sicuramente meglio, e se non ci sono spazi a sufficienza per entrambi, piuttosto che infastidirsi vicendevolmente, è preferibile che a pescare sia uno per volta.

Da lontano con montature leggere

E con quale attrezzo? Se si conosce il posto in cuisi va, si saprà anche quale è la tecnica da preferirsi nel periodo e nel momento contingenti.

Diversamente ci si organizzerà in maniera da poter fronteggiare adeguatamente le varie situazioni in cui potrà capitare di trovarsi con la consapevolezza, già in
partenza, che quella al tocco sotto la vetta della canna, che pure può trovare degli spazi, non sarà sempre la tecnica più redditizia.

Qualche chance in più si avrà sicuramente lanciando l’esca, sia essa una camola o un lombrico, da lontano con montature leggerissime, di peso anche inferiore a 1 gr, lenze e terminali sottili.

Per la pesca a spinning si potrà optare per canne di media lunghezza, eventualmente a vettini intercambiabili ed artificiali di piccola taglia. L’attrezzatura per la mosca potrebbe essere costituita, infine, da una canna di 7 ft, coda 2/3, perché ben difficilmente si faranno lanci lunghi, e terminali di 2,5 mt con l’aggiunta di 1 mt ditip, ed artificiali di grossa taglia: un’ephemera danica, per esempio, o altritipi di plecotteri e tricotteri per una pesca in caccia da farsi soprattutto nelle zone d’ombra.

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