IL RABBI A PREDAPPIO

IL RABBI A PREDAPPIO

In compagnia dell’amico Max (Massimiliano Rinaldini) decidiamo di affrontare le limpide acque del Fiume Rabbi:

Il Rabbi (dal latino Rapidus) è un fiume che nasce in Toscana (provincia di Firenze) e scorre quasi interamente in Romagna (provincia di Forli-Cesena).

Nasce alle pendici del monte Falco zona Piancastelli località Pian delle Fontanelle, a 1.200 m s.l.m. circa e dopo aver attraversato Premilcuore, San Zeno e Predappio con un percorso di 63 km, termina come affluente di destra del fiume Montone, appena entrato nei quartieri sud-occidentali della città di Forlì.

La zona scelta per la nostra pescata rimane leggermente a valle dell’abitato di Predappio dove L’amico Max sostiene ci siano dei pesci veramente grossi.

Il Rabbi più che un fiume è un torrente e per affrontarlo una buona bolognese di cinque metri è più che sufficiente, per l’occasione ho portato la LEVEL TECH 8105 CT l’ultima nata di casa Tubertini per la pesca alla passata, armata di un ottimo mulinello il Ryobi Zauber CM 3000 che può sembrare un po’ sovradimensionato per il tipo di pesca che vogliamo effettuare ma, visto e considerato che ci sono da prendere anche pesci di taglia preferisco avere un buon recupero ed una buona frizione tant’è che pescando con la cinque metri che ha veramente un peso esiguo il mulinello la bilancia perfettamente e la fa quasi “scomparire” in mano.

Per arrivare al punto stabilito che viene chiamato “il buco di Nardo” scendiamo lungo un sentiero collinare. Guardando dall’alto il letto del fiume per un tratto di un centinaio di metri non posso fare a meno di notare (data la trasparenza dell’acqua) che quasi tutto il suo percorso è “lastricato” da una unica roccia che si interrompe circa a metà dove si forma una bella buca del diametro circa 10/15 metri, chiedendo spiegazioni a Max (che è del posto) mi racconta che la buca l’ha causata una bomba durante la seconda guerra mondiale creando un cratere che col tempo è diventato il rifugio preferito dai pesci.

Arrivati sul posto di pesca montiamo le lenze, valutando la spinta della corrente scelgo un galleggiante da 0,75 gr mentre Max che pescherà aldilà del correntone principale sceglie un galleggiante da un grammo.

I pesci che andiamo ad insidiare sono i cavedani per cui decido di partire con un finale dello 0,8 al quale lego un amo del 22 innescato con due bigatti, purtroppo in questo bel posto non sono presenti solo i cavedani, ma anche barbi e carpe ed alla prima abboccata aggancio subito un bell’esemplare di non so cosa, perché dopo una partenza prepotente mi fa slittare la frizione e prende quei 5-6 metri di lenza che gli servono a raggiungere una lastra sommersa dove riesce a rompere il finale. Intanto Max che ha iniziato montando un terminale dello 0,10 cattura il primo pesce, un bel barbo di circa 600 gr, non potendo fare a meno di lanciarmi una frecciatina “te l’avevo detto che qui ci sono pesci grossi”.

Poco male, mi rimetto in pesca legando un nuovo finale, questa volta dello 0,10, ed inizio la passata calando la lenza sotto la punta della cinque metri, accompagnando il galleggiante nel suo tragitto trattenendolo leggermente, senza pasturare, perché quando si affrontano spot di questo tipo considero più redditizio studiare il giro che la corrente impone alla lenza ed una volta capito agire di conseguenza, pasturando in modo che le larve gettate compiano un giro simile a quella innescata o quantomeno facendo transitare la lenza nel punto in cui i bigatti gettati raggiungono il fondo, sembra facile a dirsi ma per metterlo in pratica ci vuole un po’ di esperienza, il peso esiguo delle esche fa si che per raggiungere il fondo in un fondale di circa tre metri ci vogliano circa 40/50 secondi, questo in acqua poco mossa, se ad aggravare abbiamo una corrente non uniforme i tempi si allungano rendendo molto difficile capire dove va a finire la pastura, si potrebbe risolvere il problema incollando i bigatti con un po’ di ghiaia o inglobandoli in delle palle di sfarinati, in modo da fargli raggiungere il fondo più velocemente, come si fa nei fiumi di maggior portata, ma a noi pescatori romagnoli non piace questa soluzione, tant’è che nelle competizioni che vengono organizzate è vietato.

Facendo qualche passata ricognitiva come dicevo, noto che la corsa della mia lenza, tende a rallentare quando raggiunge la lastra di roccia dove poc’anzi il pesce mi aveva rotto il finale, allora immagino che sotto di essa ci sia un incavo dove i pesci sostino aspettando che la corrente gli porti le larve, convinto dal mio ragionamento comincio a pasturare sotto la punta della canna valutando che i bigatti raggiungano il fondo più o meno in prossimità della lastra di roccia, ed incomincio a far “lavorare” la lenza in prossimità di essa.

Alla seconda passata ho subito un’abboccata decisa, questa volta non è un pesce enorme, ma è comunque un bel cavedano che mi da da fare, nonostante il finale non sia sottilissimo, la frizione para i primi due colpi poi la canna fa il resto e il primo pesce raggiunge il guadino. Ripeto l’operazione pasturando e facendo fare alla lenza lo stesso tragitto, ma il risultato non arriva, probabilmente i pesci, allarmati dalla cattura precedente rimangono nascosti nella tana, allorché decido di modificare la piombatura.

La scalata di pallini raccolta in trenta cm che mi serviva a mantenere l’esca sul fondo fronteggiando la corrente, non era la soluzione giusta, probabilmente non lavorava nel modo corretto, la pesca non è una scienza esatta e tante volte il pescatore non si capacita del fatto che pur facendo tutte le cose nel modo giusto le abboccate non arrivino, poi magari facendo qualche piccola modifica improvvisamente come per magia il galleggiante incomincia ad affondare ad ogni passata, a volte basta spostare qualche pallino di piombo in lenza per modificare il movimento dell’esca, che arriva in maniera più naturale e stimolante agli occhi del pesce il quale non può fare a meno di attaccarla, be’ è stato proprio il caso mio in questa pescata.

Modifico la piombatura creando un bulk a circa un mt dall’amo lasciando solo un paio di piccoli pallini equidistanti sotto ad esso ed aumento il fondo in maniera da appoggiare a terra almeno 70/80 cm, in questo modo trattenendo la lenza in prossimità della lastra di roccia sommersa il lungo finale si stende e si infila nell’incavo sotto di essa, dove probabilmente i pesci preferiscono ripararsi, nel frattempo l’amico Max che pescando in un’altra posizione ha fatto qualche discreta cattura proprio non riesce a togliersi uno strano sorriso beffardo dal viso.

La pesca permette oltre a stare a stretto contatto con la natura, di passare qualche piacevole ora in compagnia, ma l’impegno profuso nell’applicarsi a trovare la tecnica giusta che permette di catturare di più dell’altro è nel nostro caso specifico ripagato, perché chi cattura di meno deve subire gli “amichevoli” sfottò poi sulla strada del ritorno verso casa a fine pescata, questa situazione di sfida non sfida è di stimolo, e aiuta a mantenere un animo goliardico e spensierato.

Ma torniamo alla pescata, la modifica apportata alla lenza da subito i suoi frutti, alla prima passata aggancio un pesce degno di tutto rispetto che mi obbliga ad immergere la punta della canna in acqua per evitare che il filo in tensione strusci la roccia, ma dopo qualche testata ho la meglio e riesco a salpare il pesce, uno splendido cavedano di circa un kg.

La bontà della modifica apportata alla piombatura è dimostrata dal fatto che ad ogni passata corrisponde un’abboccata, purtroppo con il finale molto lungo e l’appoggio importante, non tutte le ferrate vanno a buon fine ma mi permette comunque di catturare con una buona continuità, tanto che dopo un’oretta di pesca sia io che Max appagati decidiamo di spostarci per provare altri spot.

Decidiamo di provare a catturare qualche bel cavedano in un bellissimo posto, questa volta proprio all’interno dell’abitato di Predappio.

Prima di scendere al fiume scrutiamo da un ponte e grazie alla trasparenza dell’acqua notiamo con piacere che il posto scelto ospita dei pesci di taglia interessante, avendo a disposizione ancora un paio di ore di luce scendiamo in acqua e prepariamo le lenze, in questo punto il fiume si incanala e forma uno striscio lungo oltre un centinaio di metri con una profondità di circa 1,5 mt ed una corrente costante ma moderata per cui montiamo dei galleggianti a forma ovale della portata di 0,30 gr. È importante quando si pesca alla passata creare la lenza sul posto, oppure di averne già pronte di diverse grammature in modo da montare quella più consona alla velocità della corrente. La trasparenza dell’acqua ci obbliga a legare finali sottili, dello 0,06 ma nonostante ciò già dalle prime passate ci è chiaro che agganciare qualche pesce con queste condizioni sarà un’impresa.

Il tempo trascorre tranquillo come i nostri galleggianti trasportati dalla corrente, ma di pesci grossi non ne agganciamo, non c’è niente che renda difficile la pesca al cavedano come l’acqua lenta e chiara, il nostro lunatico “amico” dagli occhi gialli, famoso per la sua diffidenza scorge l’insidia da lontano e preferisce non rischiare.

In questi casi l’esca migliore sarebbe il caster o come si chiama da queste parti il “bozzolo” purtroppo ne siamo sprovvisti sia io che Max per cui la nostra pescata finisce con un paio di catture di taglia media ed una quindicina di divertenti triotti dalle pinne color arancio di rara bellezza.

Sulla strada del ritorno, il pensiero di tornare al quotidiano grigiore dello smog, smorza un po’ la gioia della giornata appena trascorsa, ma subito la ritroviamo, programmando con entusiasmo una prossima uscita in qualche altro fiume del nostro amato Appennino.

 

Galeotti Davide

galeotti.d@matchfishing.it