Il pesce con la vela

Uno dei pesci più belli e affascinanti delle acque della fascia equatoriale e tropicale di tutti gli oceani è sicuramente il pesce vela.

Nella classificazione scientifica, il vela appartiene alla famiglia degli Istioforidi e qualcuno ha voluto identificare due specie: Istiophorus plaipterus (indopacifica) e Istiophorus platipterus (atlantica).

Beh, come sempre rimandiamo agli appassionati di Wikipedia, l’approfondimento dell’aspetto scientifico e occupiamoci un po’ più da vicino del nostro pesce, naturalmente per quanto riguarda la pesca.

Diffusione
E’ un pelagico migratore che compie lunghi spostamenti seguendo correnti e fasce batimetriche ben determinate, portandosi in prossimità delle coste in precisi periodi, diversi da zona a zona. Le più alte concentrazione di pesci vela indo-pacifici si possono incontrare lungo le coste dell’America centrale, nelle isole dell’Oceano indiano e nelle acque costiere dell’Africa orientale. La specie atlantica è presente in modo cospicuo lungo le coste dell’Africa occidentale, in Messico, Venezuela e Florida.
A titolo di cronaca occorre dire che anche nelle acque meridionali del mediterraneo sono state registrate catture di giovani esemplari di pesce vela.

Lui caccia, noi lo peschiamo
La tecnica di caccia del pesce è spettacolare: quando è in gruppo, circonda i branchi delle sue prede, normalmente sgombri, sugarelli, sardine, li raggruppa e ci si lancia in mezzo a velocità pazzesca (è stato calcolato che la sua velocità di punta può superare i 100 km/h) infilzando o spezzando le prede prima di ingoiarle. Consigliamo a tutti la visione di alcuni video, pubblicati su You Tube e facilmente rintracciabili alla voce “sailfish attac”, guardandoli ci possiamo rendere conto sia della maestosa eleganza di questo pesce, come delle sue tecniche di caccia.
Il pesce vela raramente scende in acque troppo profonde tanto che la sua pesca si concentra in superficie e immediatamente sotto di essa. Naturalmente, durante le nostre battute di pesca dedicate a questo fantastico pesce, ci sono capitate anche catture “anomale”, avvenute cioè più in profondità, che fanno comunque parte del fantastico mondo della pesca dove la prima regola dice: “nella pesca tutto è possibile”.
Normalmente il pesce vela si pesca a traina, veloce se impieghiamo gli artificiali, lenta con le esche vive. Se peschiamo a vista, cioè se abbiamo visto un vela, possiamo provare a spinning con esche di superficie come popper, stick bait, skitter lure o come accade di recente con esche siliniconiche montate su teste piombate. Sempre se abbiamo avvistato il vela a bordo della nostra imbarcazione c’è la vasca per il vivo e se questa è ben fornita di sgombri o sugarelli, possiamo provare a lanciare l’esca viva impiegando una canna da spinning e attendere un quasi sicuro attacco da parte del nostro fantastico pesce.
Naturalmente, il nostro articolo è rivolto a tutti e non soltanto ai pescatori esperti quindi teniamo per buono l’impiego di attrezzature medie sulle 30Lb di potenza, sono queste infatti che permettono anche ad un principiante di affrontare il suo primo combattimento con un vela e di portarlo a termine con successo. Poi, dopo i primi pesci, si potrà alleggerire l’attrezzatura e orientarsi sulla venti libbre, lasciando ai più esperti la pesca con lenze di libbraggio più basso.

Prima regola: individuare l’obbiettivo
Le fregate, grandi uccelli molto simili ai gabbiani, ma di maggiori dimensioni e dal piumaggio nero, sono, in alcune acque o in particolari giornate, le nostre migliori alleate se la nostra giornata di pesca è dedicata ai peci vela, al marlin o alla grandi lampughe.
Quando siamo il mare e notiamo una o più fregate che sorvolano circolarmente una porzione d’acqua o sembrano rimanere sospese in aria quasi immobili sullo stesso punto possiamo avere quasi la matematica certezza che un grosso pesce come un marlin, una lampuga, un vela, staziona sotto la superficie e le fregate aspettano che il pelagico faccia alzare il banco di pesce che sta cacciando. Se poi si tuffano e saremo fortunati, potremo addirittura notare la presenza del pesce con un avvistamento a fior d’acqua.
Se siamo a caccia di vela, quindi, il primo consiglio che ci sentiamo di dare consiste nel invitarvi a cercare sempre con lo sguardo la presenza di qualche fregata che svolazza tranquilla a venti, trenta, cinquanta metri dalla superficie e più volerà in alto più il pesce sarà in profondità. In tal caso non dobbiamo aver fretta, iniziamo a trainare in ampi cerchi sotto di esse e sperare che il pesce salga in superficie e si faccia vedere, magari portondo l’attacco.
Il modo di comportarsi della fregata non ha niente a che vedere con la forsennata sarabanda dei gabbiani sulle mangianze dei bonito, degli skip jack (connetto striato) o dei tonni yellow finn (pinna gialla). In alcuni casi abbiamo notato la presenza dei vela anche vicino a tali mangianze ma sinceramente è decisamente la fregata la nostra migliore “spia” nella pesca del nostro rostrato.
Tutto ciò abbiamo avuto modo di verificarlo lungo le coste orientali e occidentali dell’Atlantico, del Pacifico, dell’Indiano e del Mar dei Carabi.
Naturalmente, quando si vedono i vela saltare e compiere le loro acrobazie l’avvistamento è più facile, ma se notiamo la velocità con cui compiono i loro salti, possiamo facilmente intuire che se ne individuiamo uno che salta a duecento metri dalla nostra imbarcazione non è detto che, quando raggiungiamo la zona dove lo abbiamo visto saltare, il vela sia sempre a tiro delle nostre esche.

Visti e pescati? Non sempre
Una cosa che vi è da dire sui vela è che non sempre individuarli significa averli poi in canna… ci spieghiamo meglio: una volta individuato il pesce occorre indurlo ad attaccare le nostre esche e, non sempre questo accade. A volte infatti le ignora completamente anche se queste passano a pochi centimetri dalla sua spada, a volte le “assaggia”con colpi di rostro, ma rifiuta di ingoiarle e ciò non accade solamente con le esche artificiali, ma talvolta anche addirittura con il vivo. Per dovere di cronaca dobbiamo dire che alle Similan isole a nord di Phuket (Tailandia) abbiamo incontrato un branco composto da una decina di pesci che ci ha fatto veramente arrabbiare: non solo non hanno attaccato le nostre artificiali, ma hanno anche rifiutato dei sugarelli vivi che gli passavano a pochi centimetri dalla spada, dimostrando un’apatia del tutto inaspettata … dormivano? Sinceramente non abbiamo mai saputo dare una risposta a tale domanda.
Per smentire tutto quello che abbiamo detto sull’apatia dimostrata dai vela in tale situazione possiamo raccontare di un kona che è stato attaccato a due metri dalla barca, ferma e con motore spento, mentre eravamo in combattimento con un altro vela. Ma questo fa parte della pesca, anzi, forse è uno degli aspetti più belli…

Traina veloce di superficie con i kona
La pesca con le esche artificiali sembra, a prima vista, la più semplice, non è detto che sia, però quella che garantisca maggiori possibilità di successo.
A nostro avviso le esche più idonee per la traina di superficie al vela sono i kona, nelle misure comprese tra 8” e 12” (20-30 cm circa). A seconda delle dimensioni della barca si fileranno in acqua da quattro a sei-otto lenze, con le esche esterne più lontane e quelle interne più vicine. La lunghezza a cui vanno tenute le esche varia a secondo delle abitudini e dalla esperienza personale dello skipper o dell’angler. Nei nostri viaggi abbiamo notato che alcuni preferiscono tenere i kona molto vicini alla barca, per poter individuare un pesce mentre si avvicina alle esche e in modo da attendere l’attacco già con la canna in mano. Altri filano le lenze più lontane, confidando su attacchi un po’ più casuali.
A volte, pescando con i Kona, si tende a montarne uno o due di maggiori dimensioni in modo che fungano da richiamo.
Non tutti i kona sono uguali, oltre che per le dimensioni si differenziano per la forma e per i materiali di costruzione della testa.
Quando trainiamo, le teste più affusolate tendono a entrare ed uscire dall’onda in modo quasi ritmico e regolare. Quelle più tozze e concave rimangono più in superficie e impattando producono più schizzi. Esistono poi dei kona che rimangono sommersi, come dei minnow ed alcuni modelli sono decisamente catturamti se pur vero che ci tolgono il piacere di vedere lo spettacolo dell’attacco del vela in superficie.
A volte la differenza la fa il materiale di costruzione della testa, infatti è difficile vedere un vela che attacca una esca e la ingoia al volo. Quasi sempre, infatti, la colpisce con il rostro e spesso anche più di una volta, fino a decidersi a mangiarla oppure a rifiutarla. Se il pesce sente il duro di una testa in resina, in plastica o in metallo può essere indotto a abbandonare l’attacco e … ciao pesce. Alcune aziende producono quindi kona” soft head”, testa morbida, in modo tale che quando il vela “batte” le esche, sente una consistenza che non lo rende diffidente e in molti casi porta a termine l’attacco, ingoiandola.
In caso di traina in presenza di onda o di vento, le esche più pesanti lavorano meglio entrando e uscendo dall’acqua e non subendo sbandamenti laterali causati dall’azione del vento sulle lenze che potrebbero causare disastrosi ingarbugliamenti.

Kona montato con striscia di pesce
Per aumentare il potere adescante delle esche, vengono montate delle strisce di pesce sotto al gonnellino vinilico del kona. Normalmente le strisce sono realizzate con la pancia dei bonito (tuna belly), ma in mancanza di essi vanno bene anche “strips” di altri pesci, tanto che a volte ci siamo adattati con dei filetti di barracuda e per dire la verità, anche con qualche risultato.
Quando il vela attacca l’esca con il rostro sente la morbidezza naturale del pesce e assaggia le piccole porzioni di carne staccate dalla striscia di bonito e questo lo porta a completare l’attacco.
Alcune volte e in mancanza di pesci abbastanza grandi da poterne ricavare delle strisce, si possono impiegare dei pesciotti interi come sugarelli, sgombri o ballyhoo (pesci del tutto simili alle nostre costardelle).
L’amo viene fatto scomparire all’interno del pesce esca, facendo fuoriuscire la punta a due terzi della sua lunghezza. Un octopus vinilico verrà poi posizionato in modo la coprire la testa del pesce: oltre ad avere una funzione attirante avrà anche il compito di proteggere l’esca dal suo continuo sbattere sulla superficie del mare. Meglio ancora se si zavorra l’esca montando un piombo sotto la testa dell’esca, migliorandone il nuoto.

Kona montato con teaser
Nella traina con gli artificiali o con le belly strip si possono impiegare i teaser, che sbattendo sulla superficie schizzano acqua imitando il moto frenetico di un pesce in fuga.
Questi richiami hanno la forma di aeroplani o calamari. Possono essere montati singoli come in serie.
In alcune situazioni si possono provare delle soluzioni che prevedono il teaser (di medie dimensioni) montato sulla lenza madre e ad esso viene collegato un terminale lungo dai tre ai cinque metri che termina con un kona.
In tutte le tecniche con le esche artificiali si impiegano ami di misura compresa tra il 7/0 ed il 9/0, a seconda delle dimensioni delle esche impiegate. Gli ami più impiegati sono i Mustad 7691 – 7732 – 34007, WMC 9170 montati sia singoli come in tandem. Normalmente si impiegano leader da 100 fino a 200 libbre per evitare che il filo venga reciso per l’abrasione provocata dai colpi di spada.
Pescando con esche artificiali la velocità di traina può variare dai sei agli otto nodi. Pescando solamente con pesci morti o strisce di pesce si può ridurre la velocità portandola sui quattro cinque.

Pesca con il vivo
Quando abbiamo la fortuna di avere a disposizione delle esche vive, sugarelli, sgombri o altri pesci simili, si potrà tentare la cattura dei vela con due tecniche diverse: con l’agguato e con la traina lenta.
Individuato il vela, tradito dalle fregate o per averlo visto saltare, ci avviciniamo a lui quanto più possibile, fermiamo la barca e spegniamo i motori. Inneschiamo un pesciotto vivo su un amo non troppo grosso di tipo “live bait” o “circle” di dimensioni adeguate alla taglia dell’esca, normalmente 7/0 – 9/0. Il terminale sarà in nylon o fluorocarbon da 100-150 libbre. Filiamo la lenza in acqua e lasciamoci trasportare dalla corrente e lasciando che l’esca si allontani da noi. Potremo filare in acqua anche una seconda canna sempre innescata con un vivo. Se il vela è in caccia sentirà le vibrazioni emesse dal nostro pesce e non tarderà a farsi vivo assaggiando prima la nostra esca con il rostro, ingoiandola subito dopo.

Traina lenta con il vivo
Le esche saranno sempre i nostri sugarelli, sgombri, piccoli carangidi o bonito non troppo grossi. Una volta raggiunta la zona buona per la pesca dei vela o una volta individuato segnali di una loro eventuale presenza, non resta altro che filare in acqua un paio di lenze innescate con il vivo. Se la barca è dotata di out rigger le lenze potranno essere impostate su di esse in modo da mantenere le esche a distanza una dell’altra. Ami e terminali saranno identici a quelli impiegati nella tecnica dell’agguato.
In queste due ultime tecniche descritte si potranno impiegare senza problemi mulinelli a tamburo fisso (purché dotati di una buona riserva di filo) e canne di tipo “spinning” di potenza 20-50 libbre. Il combattimento risulterà decisamente più divertente.

La pesca con il “meciuda”
Il meciuda, pon pon per i fracesi, è l’esca che ci permette di catturare i rostrati senza l’impiego dell’amo.
Si realizza strefolando per circa ottanta centimetri una fune di canapa, in modo da isolarne tutti i singoli filamenti. Si raddoppia ed in tal punto si fissa tramite un nodo scorsoio ad un terminale in nylon o fluorocarbon da 150-200 libbre. Si arricchisce con un octopus che andrà a coprire il nodo e la nostra esca è pronta.
Quando un vela o un marlin l’attaccano, i sottili filamenti della canapa si attaccano inesorabilmente al rugoso rostro del pesce, trattenendolo inesorabilmente.
I meciuda vengono solitamente fatti pescare piuttosto lontani dalla barca e le frizioni dei mulinelli dovranno essere tarate al minimo in modo che il pesce continui a colpirla con la spada senza sentire trazione.
L’impiego del meciuda non ferisce il pesce e ci consente un rilascio con il pesce del tutto integro, ma durante le nostre pescate abbiamo notato che un pesce catturato con il meciuda sembra perdere gran parte della sua vitalità e dopo aver effettuato i primi salti, classici per tale pesce, si lascia facilmente condurre alla barca come se fosse un cagnolino al guinzaglio, regalandoci ben poche emozioni, niente a che vedere con un pesce allamato con un normalissimo amo.

Non ci vuole fretta
Le tecniche di pesca al pesce vela sono del tutto comuni In qualsiasi Oceano e latitudine ci troviamo, la traina con gli artificiali come con il vivo la fa da padrona e la dove si riescono a trovare delle buone esche è possibile praticare l’agguato a vista. Da località a località possono variare le dimensioni delle esche (kona), i modelli o le colorazioni preferite dagli skipper locali o la loro tecnica di navigazione per battere le zone buone, ma la tecnica, in quanto tale, rimane praticamente identica. Se vogliamo essere sicuri di ferrare nel modo corretto un pesce vela dobbiamo dimenticarci la fretta: prima il pesce assaggia l’esca o le esche, spostandosi anche da una all’altra, poi si decide ad ingoiarla … ma è ancora presto per ferrare. Dal momento che la lenza comincia a sfilare dal mulinello sotto la trazione del pesce in fuga, dobbiamo lasciar passare almeno una decina di interminabili secondi prima di posizionare la leva del freno in strike e ferrare, in modo da dare tempo all’esca di essere ingoiata e per garantirci un sicuro punto di infissione dell’amo. Questo sia che si peschi con i Kona come con le esche vive.

Testo e foto di Alessandro Righini

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